Export, ecco perché il made in Italy è schiavo degli stranieri

i rischi del franco fabbrica

Secondo lo studio di SRM presentato al convegno “Import-Export marittimo di merci containerizzate: Un futuro da schiavi?”, il 73% delle esportazioni italiane, contro il 30% degli altri Paesi UE, avviene tramite la resa Incoterms® EXW.

Questo tipo di  clausola, comunemente chiamata “Franco fabbrica“, stabilisce che il ritiro avvenga allo stabilimento del produttore italiano e tutte altre fasi del trasporto siano decise dal compratore estero, che decide chi utilizzare per il trasporto, dove far transitare la merce, che linea marittima usare, con chi assicurare le merci e che banche usare per finanziare il pagamento delle merci e le eventuali garanzie.

I RISCHI E LE CONSEGUENZE DELLA RESA EX WORKS

L’utilizzo della clausola Incoterms® Ex Works trova in Italia molti adepti (ovviamente tra i venditori) soprattutto per il fatto che, a prima vista, l’Ex Works è il termine che fa passare tutte le responsabilità e i costi relativi al trasporto e all’assicurazione in capo all’acquirente, lasciando nella convinzione che è la migliore situazione nella quale un venditore può venirsi a trovare.

Questo non solo determina inevitabili conseguenze per il sistema economico nazionale, in termini di perdita di potenziale fatturato per le imprese e di entrate per l’Erario, ma è controproducente anche per gli stessi venditori che la scelgono: in presenza di un’esportazione verso Paesi Extra UE, in esenzione IVA, il venditore, anche se con l’utilizzo della regola Ex Works non deve provvedere alla pratiche di esportazioni che sono a carico del compratore, deve, comunque, attivarsi per entrare in possesso (entro 90 giorni) della copia del documento attestante l’avvenuta uscita dall’Unione. Se ciò non avvenisse, il venditore dovrà ricercare qualsiasi modalità per comprovare l’effettiva esportazione, oppure sarà costretto ad effettuare il pagamento dell’IVA (in teoria non dovuto), rischiando anche delle sanzioni per violazioni alla legge sull’IVA.

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Tra le imprese analizzate, secondo la suddivisione regionale, il 91% delle imprese venete utilizza maggiormente il “franco fabbrica”, cedendo al compratore estero la loro logistica. La regione che lo utilizza meno, secondo la ricerca, è l’Emilia Romagna (58%).

“Il titolo è provocatorio – spiega Filippo Gallo, presidente del CISCo (Centro Internazionale Studi Containers) – significa “schiavi” di una logistica in mano ad altri, che vuol dire per le imprese manifatturiere italiane perdere competitività e per la logistica italiana lavoro e fatturato. E se il 73% di chi fa export lo fa ‘franco fabbrica’, arrivando addirittura al 91% in una regione come il Veneto, significa che non si fidano della logistica o degli operatori logistici italiani. A questo dobbiamo dare delle soluzioni. Una può essere l’idea dell’agenzia esterna, l’altra è un invito a non fermarsi sulla propria porta di casa. Ritengo che sia inconcepibile, nel 2020, essere ancora schiavi di una ritrosia, che definirei culturale, verso l’estero, in un mondo che non ha più né barriere né confini”.